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Coalizione contro i pericoli della Bayer

Golem L´Indispensabile, n° 8 - novembre 2004

Azionisti consapevoli

Oltre la censura delle aziende e le reticenze della stampa

Superare il muro del silenzio, costi quel che costi. A Philip Mimkes, attivista tedesco della "Coalizione contro i pericoli della Bayer", la verità è costata la lussazione di un braccio. Philipp, 36 anni e fisico di formazione, ha cominciato acquistando un'azione della Bayer Ag, il colosso farmaceutico di Leverkusen, nel 1995, per potere poi partecipare, di diritto, all'assemblea degli azionisti e intervenire, sempre di diritto, prendendo la parola. Era l'unico mezzo per sollevare un argomento tabù, dimenticato e ignorato dai mass media: l'indennizzo degli ex lavoratori forzati impiegati durante il Terzo Reich dalla "Ig Farben" - azienda produttrice del gas Zyklon B, utilizzato per lo sterminio degli ebrei - di cui Bayer faceva parte insieme a due altri colossi tedeschi, BASF e Hoechst. La dirigenza Bayer non ha gradito. "Non volevano che si sollevasse la questione dell'indennizzo di fronte agli azionisti - racconta Philipp - l'audio al microfono è stato tolto: una violazione al nostro diritto di azionisti alla parola. Abbiamo continuato a dire la nostra, con tutto il fiato che avevamo in gola. Siamo stati allontanati dalla security con la forza. Io sono rientrato a casa con un braccio lussato".

Chi di mestiere fa l'"azionista critico", come Philipp, deve lottare contro una doppia censura. Quella della multinazionale, che non vuole scoprire gli scheletri nell'armadio, a costo di lussare qualche braccio, e quello della stampa "ufficiale", colpevolmente silenziosa su temi scomodi, almeno finché qualche azione dimostrativa ed eclatante non li porta alla pubblica attenzione. Philipp e i suoi soci della "Coalizione contro i pericoli della Bayer" hanno trovato nell'azionariato critico il mezzo migliore per scalfire questo muro di silenzio. Dal 1978 entrano nella tana del lupo, come azionisti, e tirano le orecchie alla Bayer, quando necessario. Per un anno intero si preparano a questo appuntamento, monitorando il comportamento della multinazionale a casa loro e all'estero, raccogliendo e verificando informazioni e segnalazioni. "Monitoriamo ogni giorno la stampa nazionale e internazionale. Nel tempo abbiamo creato una rete internazionale di associazioni per lo scambio di informazioni e contatti diretti, per lo più anonimi, con lavoratori tedeschi e stranieri - spiega Philip - e se ci sono i soldi finanziamo direttamente ricerche scientifiche". Così lo scorso 30 aprile, nel corso dell'ultima assemblea generale della Bayer Ag, circa 4 attivisti hanno detto la loro sulle emissioni nocive nel Reno.

Philip e i suoi non sono soli. In Germania l'azionariato critico è una pratica diffusa. È semplice: basta acquistare un'azione per potersi intrufolare nelle assemblee di un'impresa, con il diritto di voto e di parola. In Germania esiste addirittura da 20 anni una rete che riunisce tutte le organizzazioni che fanno azionariato critico. Si fa chiamare "Federazione delle azioniste e degli azionisti critici" e il suo obiettivo è monitorare i comportamenti delle aziende, raccogliere informazioni per poi portarle nelle assemblee generali e "imporsi" ai media. "Chiediamo più responsabilità alle aziende - spiega Henry Mathews, portavoce della Federazione - e lo facciamo andando a casa loro, proprio mentre rendono conto agli azionisti del loro operato e l'attenzione dei media è alta". Da Berlino ad Amburgo, la federazione può contare su una rete capillare. Sono coinvolte 35 organizzazioni attive nei settori più disparati: pacifisti, ambientalisti e animalisti, gruppi di consumatori e di vittime del nazismo, associazioni nate per mettere i bastoni tra le ruote a un'unica azienda, come nel citato caso della Bayer o di BASF e Daimler Chrysler. Ci lavorano ogni anno centinaia di persone. Nel 2003, 52 attivisti hanno partecipato a 20 assemblee generali, nel 2004 ne visiteranno in tutto 28. Le aziende prese di mira sono circa 30, tutte tedesche: dalla Adidas alla Siemens, dalla Bayer alla Deutsche Bank, dalla BASF alla Schering, tutte accusate di "misfatti" come produzione e commerci di armi, fabbricazione ed emissione di sostanze nocive, violazioni dei diritti dei lavoratori. Sempre ad aprile si è svolta un'altra assemblea generale, quella della BASF. Il portavoce della "Azione degli azionisti critici della BASF", Juergen Rochlitz, ha chiesto all'azienda di destinare una parte dei 600 milioni di euro di utile del 2003 alla creazione di posti di lavoro. "Dal 1990 ad oggi BASF ha tagliato in Germania 20 mila posti di lavoro, con gravi conseguenze sull'occupazione e sugli standard di sicurezza negli stabilimenti" ha dichiarato Rochlitz. Sulle accuse la BASF ha addirittura preso una posizione ufficiale, pubblicata sul suo sito, dichiarando il suo impegno a favore dello sviluppo sostenibile. Senza mai citare direttamente i "posti di lavoro", l'azienda parla della necessità di affrontare la competitività a livello mondiale, garantendo l'efficienza nei suoi stabilimenti.

Non è sempre facile rompere una spirale d'indifferenza e silenzio. A volte azionisti e media si "risvegliano" solo dopo azioni dimostrative eclatanti. Come nel 2002, quando durante l'assemblea della Bayer alcuni attivisti inglesi si sono arrampicati sulle pareti dell'edificio in segno di protesta contro l'uso dei pesticidi. Ma cominciano a vedersi anche i progressi. La "Coalizione contro i pericoli della Bayer", che è stata la prima ad acquistare un'azione, oggi ne detiene circa 100 mila. Grazie a tanti piccoli azionisti che hanno fatto una scelta etica, trasferendo il loro diritto di voto e di intervento alle assemblee ai vari gruppi di attivisti, pur non essendo direttamente coinvolti nella loro attività. Questo dà la possibilità alle singole organizzazioni di partecipare alle assemblee e di invitare altri attivisti, anche dal Sud del mondo. Oggi la Federazione degli azionisti critici rappresenta circa 4 mila piccoli azionisti in tutta la Germania. "Se si pensa che siamo partiti da zero è un bel risultato - sostiene il portavoce Henry Mathews - la nostra pressione cresce, i media parlano di noi, sempre più spesso riusciamo a superare il muro del silenzio. Anche se non ci aspettiamo dei cambiamenti immediati dalle aziende. I nostri sono obiettivi di lungo periodo". Un successo eclatante, però, c'è stato: nel 1989 gli azionisti critici hanno accusato la Schering di danneggiare la salute dei lavoratori di una fabbrica di Lima, in Perù, utilizzando la formaldeide, un disinfettante cancerogeno. "La direzione ha smentito - racconta Mathews - ma pochi giorni dopo la produzione a Lima è stata sospesa e l'azienda ha cominciato a usare un disinfettante innocuo".

Nel 2000 gli azionisti critici di tutta Europa si sono messi in rete, creando la "Ethical shareholders Europe" (ethicalshareholders.net). Ne fanno parte, oltre al "Dachverband" tedesco, la svizzera Actares, l'inglese Eccr (Ecumenical council for corporate responsability) e la svedese Sisyfos.

L'Italia, invece, manca. Qui la pratica dell'azionariato critico è quasi del tutto sconosciuta. Unica eccezione, un azionista critico di eccezione: il comico Beppe Grillo. È passato alla storia il suo intervento all'assemblea dei soci Telecom nel giugno del 1995. Sfruttando la delega del fratello, piccolo azionista Telecom, Grillo ha portato una voce critica all'interno dell'assemblea dei soci, proprio mentre all'esterno era in corso un contenzioso tra l'azienda e 200 utenti del "Comitato vittime della Sip", per uno scandalo di bollette gonfiate artificiosamente. Quella del comico è un'esperienza isolata. Un azionista italiano può vantare gli stessi diritti di un suo omologo tedesco - ottenere i dividendi, partecipare alle assemblee, votarne o impugnarne le delibere - eppure da noi l'intervento critico alle assemblee degli azionisti non si è mai trasformato in uno strumento sistematico di pressione. Il perché lo spiega Alessandro Messina dell'Associazione finanza etica (Afe): "La figura dell'azionista critico è nata nei Paesi anglosassoni, dove prevalgono meccanismi previdenziali di tipo privato e non pubblico, come da noi; le masse finanziarie che confluiscono sugli investimenti azionari sono quindi enormi e il titolo azionario diventa più facilmente strumento di pressione". Ma le differenze sono anche culturali: in Germania, dove il sistema previdenziale è simile al nostro, ci sono migliaia di azionisti critici. "Gli strumenti di pressione che la società civile italiana applica tradizionalmente sono altri - spiega Messina - si contesta un'azienda boicottandola, ad esempio, ma a nessuno salta in mente di presentarsi davanti al suo consiglio direttivo". (di FRANCESCA SALA)
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